La “fame” motore invisibile di….

la fame, motore invisibile del desiderio

Ebbene sì, amo le serie tv, soprattutto quelle in cui si intrecciano dinamiche psicologiche profonde. Chi mi conosce lo sa bene. Nell’ultima serie che ha catturato la mia attenzione, c’è una scena che mi è rimasta impressa: una romanziera domanda a una celebre professionista televisiva:
“Dove ha origine la donna che conosciamo oggi?” E lei risponde:
“Dalla fame; dal non sapere quando si troverà di nuovo qualcosa da mangiare.”

Una risposta dura, quasi spiazzante, ma incredibilmente potente. Perché quella “fame” non parla soltanto di cibo: parla di mancanza, desiderio, urgenza, bisogno di esistere, di affermarsi, di trovare il proprio posto nel mondo.

E mi sono venuti in mente molti uomini di successo che spesso hanno fatto riferimento a questa “fame”.  Steve Jobs ripeteva il celebre: “Siate affamati, siate folli”, frase poi citata più volte da Mark Zuckerberg. Tony Robbins descrive la fame come quella forza interiore che ti impedisce di mollare, mentre Jim Rohn sosteneva che “senza un senso di urgenza, il desiderio perde il suo valore”. Ed effettivamente sembra proprio che molte realizzazioni nascano più da un vuoto che da un’abbondanza. Il desiderio muove l’essere umano fin dal primo respiro. Il neonato sente fame, cerca il seno materno, desidera nutrimento e contatto. Se quell’esperienza viene vissuta in modo sufficientemente positivo — quindi con cura, presenza e amore — il bambino non sperimenta solo la soddisfazione di un bisogno, ma anche la fiducia che il desiderio possa trovare risposta. E sarà proprio quella fiducia a permettergli, crescendo, di desiderare ancora, senza esserne divorato.

Per questo la fame è fondamentale: senza mancanza non esiste movimento, non esiste ricerca, non esiste crescita. Amo molto la definizione di Jim Rohn, perché traduce tutto questo in un concetto essenziale: il “senso di urgenza”. È quell’energia interiore che ci spinge ad agire, a creare, a trasformare la realtà invece di subirla.

Eppure esiste anche un rischio di cui si parla troppo poco. Quando il desiderio viene continuamente anticipato dall’esterno, quando qualcuno si sostituisce costantemente ai bisogni dell’altro, qualcosa si spegne. Succede spesso nei rapporti educativi: persone care che, nel tentativo di proteggere, prevengono ogni fatica, eliminano ogni attesa, riempiono ogni vuoto. Ma un desiderio che non ha il tempo di nascere lentamente perde forza, consistenza, significato.

Sostituirsi continuamente all’altro può uccidere il desiderio e, insieme ad esso, la motivazione, l’autonomia e perfino la capacità di sentire chi si è davvero.

Allo stesso tempo, però, credo che la sola fame non basti a costruire una vita autentica. Esiste una differenza enorme tra una fame che genera vitalità e una fame che nasce dalla disperazione. La prima accende la creatività, la seconda consuma. Quando il senso di urgenza diventa paura di non valere abbastanza, di non essere amati o di non sopravvivere emotivamente, il desiderio rischia di trasformarsi in ossessione, dipendenza, prestazione continua. Ed è qui che entra in gioco qualcosa di fondamentale: la regolazione emotiva. Spesso sottovalutiamo quanto sia importante imparare a riconoscere, contenere e modulare le emozioni. Le disregolazioni emotive — cioè quelle difficoltà nel gestire e modulare gli stati interiori — possono portarci a reazioni sproporzionate, impulsive o instabili. Una fame emotiva senza regolazione può trasformare qualsiasi desiderio in una corsa infinita verso qualcosa che non basta mai. Forse la vera sfida non è eliminare la fame, ma imparare a convivere con essa senza esserne dominati. Crescere figli — e crescere noi stessi — significa trovare un equilibrio delicato fra desiderio e soddisfazione, fra attesa e presenza, fra ambizione e pace interiore.

Perché non è l’assenza in sé a far crescere una persona, ma la possibilità di attraversare il desiderio sentendosi comunque emotivamente al sicuro.


E forse è proprio questo il punto più importante: non togliere ai nostri figli la fame di vivere, ma insegnare loro a trasformarla in desiderio creativo invece che in disperazione.

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