Sono le parole di una figlia a un padre che chiede cosa vorrebbe fare con lui. La figlia risponde “niente, però insieme” cioè quando stiamo insieme, non stare al cellulare, non pensare al lavoro…
È uno spezzone di film in cui sono incappata stamane, di cui peraltro, per la fretta, ho perso il titolo. Mi ha colpita per la sua arguzia. “Niente, però insieme”, in altre parole: stai con me. Credo diventerà un mio slogan perché è quello che spesso mi sono sentita dire dalle mie figlie quando erano più piccole, non con queste esatte parole, ma con lo stesso senso. È anche quello che molti figli dicono ai loro genitori, molto frequentemente, e che tendiamo a ignorare o a sottostimare. Uno dei miei primi lavori fu l’educazione all’affettività in una scuola elementare (oggi la chiamano primaria) in seguito a cui ebbi l’occasione di fare una conferenza con i genitori. Ricordo ancora il salone affollato di tanti curiosi e ricordo che la cosa più importante che dissi loro fu proprio questa: i figli hanno bisogno di essere ascoltati con attenzione. Se sto cucinando e sono giustamente concentrata sul cibo e le cotture, quello non sarà probabilmente il momento migliore per parlare con mio figlio. Si lo so, state pensando che i figli ci interpellano quasi sempre nei momenti meno opportuni ed è vero, ma sta a noi prendere una posizione corretta: se posso ascoltare, mi organizzo, lascio da parte quello che stavo facendo o rimando di qualche minuto ciò che avevo in programma di fare e lo ascolto; se non posso gli dico che mi interessa moltissimo quello che ha da dirmi e che di lì a poco troverò il tempo di ascoltarlo.
Una cosa è certa: i bluff con i figli falliscono quasi sempre. “Niente, però insieme”. Non vi suona meravigliosa questa affermazione? È una vera e propria dichiarazione d’amore! Quel “Però” ribalta tutto: il valore non sta nel fare, ma nel condividere il tempo. Spesso siamo fisicamente presenti, ma mentalmente altrove a causa di lavoro, notifiche, stanchezza, multitasking continuo. Il punto non è essere sempre immediatamente disponibili, che sarebbe impossibile, ma far sentire che quello che hanno da dire conta davvero. I bambini percepiscono benissimo le risposte automatiche, i “dimmi pure” dati senza ascolto attivo. La bambina nel film può avere più o meno 10 anni e sono certa che quella è un’età in cui si gioca ancora tanto, si è curiosi e impazienti, ma ciò nonostante lei è disposta a non fare nulla pur di avere il padre tutto per sé. Ragazzi, diciamocelo francamente: quanto riusciamo a dedicare davvero la nostra attenzione ai figli senza pensare a mille altre incombenze allo stesso tempo, a partire dal rispondere ai messaggini Wup o simili? E allora voglio provare a immaginarmelo questo “Niente, però insieme” : non c’è bisogno che mi fai regali, che mi porti in luoghi fantastici, ho solo bisogno di te. Perché l’amore, ce lo insegnano i figli, non si misura da quel che si fa, ma dalla presenza, dall’esserci.
Perché uno spazio vuoto, se condiviso, si riempie comunque di emozioni e di ricordi.


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