La vergogna è un’emozione che tutti, prima o poi, sperimentiamo. Ci fa abbassare lo sguardo, ci spinge a nasconderci, a non esporci troppo per paura del giudizio degli altri. A differenza delle emozioni primarie, però, la vergogna si apprende: nasce e si sviluppa all’interno delle relazioni e del contesto sociale in cui cresciamo.
Spesso le sue radici affondano nell’infanzia. Quando un bambino non si sente visto, riconosciuto o apprezzato dalle persone che si prendono cura di lui, può iniziare a costruire dentro di sé l’idea di non essere abbastanza. Lo psicoanalista Kohut parlava proprio dell’importanza del “rispecchiamento”: il bambino ha bisogno di sentirsi accolto e riconosciuto per sviluppare una sana immagine di sé. Quando questo non accade, può emergere un profondo senso di inadeguatezza che, nel tempo, prende la forma della vergogna.
Anche le parole che ascoltiamo hanno un peso enorme. Paolo Borzacchiello ci ricorda che il nostro cervello è molto più sensibile alle critiche che ai complimenti e che tendiamo a ricordare con maggiore facilità gli eventi associati a emozioni intense. Pensiamo a un bambino che si sente ripetere spesso frasi come: “Ti guardano tutti, vergognati!”. Quelle parole possono trasformarsi in una sorta di messaggio interno che continua a risuonare negli anni, portandolo a sentirsi a disagio ogni volta che si trova al centro dell’attenzione.
Oggi molti bambini e adolescenti vivono con grande intensità il timore del giudizio sociale. Per questo i social network possono diventare una specie di rifugio, un luogo in cui mostrarsi, mantenendo una certa distanza emotiva. Dietro uno schermo è spesso più facile dire ciò che di persona sembra impossibile esprimere. In alcuni casi questo può rappresentare un’opportunità per acquisire sicurezza, ma altre volte diventa terreno fertile per aggressività, manipolazione e comportamenti poco rispettosi.
La vergogna, come la paura, ha una funzione protettiva. Nasce per aiutarci a mantenere il legame con gli altri e a evitare situazioni percepite come rischiose. Tuttavia, quando cresce alimentata da relazioni disfunzionali o da continui giudizi, può trasformarsi in una gabbia che limita la nostra libertà di esprimerci e di realizzare il nostro potenziale. Si manifesta nella vita quotidiana con comportamenti quali: evitare di parlare in pubblico; non chiedere aiuto; minimizzare i propri successi; avere difficoltà a esprimere bisogni e desideri; perfezionismo e autocritica eccessiva; paura di mostrarsi per ciò che si è.
Questa emozione può comparire anche nei momenti di malattia. Quando il corpo cambia, quando ci sentiamo fragili o vulnerabili, può emergere un senso di imbarazzo difficile da spiegare. Razionalmente sappiamo di non avere colpe, eppure possiamo sentirci diversi, inadeguati o esposti allo sguardo degli altri. A volte questo disagio è così intenso da portarci a evitare le relazioni e a chiuderci in casa per lunghi periodi.
Come affrontare, allora, la vergogna?
Il primo passo è riconoscerla. Dare un nome a ciò che proviamo ci permette di comprenderlo e di non esserne completamente travolti. Parlare della propria vergogna richiede coraggio, ma spesso è proprio la condivisione che ne riduce il peso. Quando questa emozione diventa persistente e limita la qualità della vita, confrontarsi con una persona di fiducia o con un professionista può aiutare a comprenderne le origini e a costruire un rapporto più gentile e autentico con se stessi.
Perché la vergogna cresce nel silenzio, ma inizia a perdere forza quando trova uno spazio sicuro in cui essere ascoltata. Darsi la possibilità di essere visti per ciò che siamo, con i nostri limiti, le nostre fragilità e il nostro valore, favorisce autenticità e sicurezza, per cui la vergogna perde gradualmente il suo potere.


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